Diritto all'oblio: cos'è e come funziona

Il diritto all’oblio è il diritto di ognuno ad “essere dimenticato”, ovvero di impedire la diffusione dei propri dati personali in rete quando quei dati non sono più attuali.

Se è vero, infatti, che la personalità è per sua natura dinamica e può evolvere e modificarsi nel tempo in rapporto alle vicende storiche ed alle esperienze di vita, è altrettanto vero che vicende e comportamenti proprie di una fase della vita non descrivano più una persona dieci o venti anni dopo. L’identità personale si adegua alla realtà storica ed ogni individuo ha diritto a che i fatti e le notizie riguardanti il suo passato, seppur veritieri, siano opportunamente aggiornati ed eventualmente cancellati, allorquando ne ricorrano i presupposti.

Il diritto ad essere dimenticati è tanto più rilevante allorquando sulla rete sono presenti strumenti, come i motori di ricerca, che “aiutano a ricordare” senza dare immediata evidenza del periodo storico cui l’informazione si riferisce, immaginandosi sempre che i risultati delle ricerche su internet siano attuali e aggiornati. Ciò incide, evidentemente, sulla necessità che la propria identità reale (ed attuale) coincida con quella digitale, ovvero con la rappresentazione del soggetto che il mondo digitale, nel raccogliere tutti i suoi dati personali presenti su internet, ne fa.

Al riguardo è opportuno precisare che i motori di ricerca, dopo aver trovato le informazioni e i contenuti pubblicati da terzi sul web, ordinano ed indicizzano questi risultati in modo automatico in modo da fornire un immediato riscontro alle ricerche effettuate dagli utenti. In rete, tuttavia, queste informazioni sono conservate permanentemente, di tal che è possibile, anche a distanza di molti anni, trovare articoli e notizie lecitamente pubblicati ma, probabilmente, risalenti nel tempo o comunque superati dalla realtà storica attuale.

Inevitabilmente la permanenza a tempo indeterminato di informazioni o articoli a contenuto negativo – anche se veritiero - può provocare danni all’interessato che dopo anni magari è riuscito a riscattarsi completamente. Il diritto all’oblio risponde, dunque, proprio all’esigenza di evitare che la indefinita permanenza sul web dei dati attinenti al passato possa provocare una lesione dei diritti alla libera esplicazione della propria personalità e alla riservatezza. I

l diritto all’oblio è stato sancito per la prima volta dalla Corte di Giustizia nella nota sentenza Google Spain C-131/12 ed è stato oggi espressamente riconosciuto all’articolo 17 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati Personali n. 679/2016(UE), già in vigore, che diverrà cogente dal 25 maggio 2018. Con la sentenza del 13 maggio 2014, resa nella causa C -131/12, la Corte di Giustizia ha stabilito che l’attività di indicizzazione svolta dai motori di ricerca può essere qualificata come trattamento dei dati personali quando ciò che viene indicizzato su internet ha come contenuto dati personali e di conseguenza il motore di ricerca deve essere considerato quale soggetto responsabile del trattamento. Pertanto anche ai motori di ricerca sono applicabili le norme in materia di trattamento dei dati personali.

La Corte ha poi statuito chiaramente, ponendo la base del riconoscimento del diritto dall’oblio, che sulla base degli artt. 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, l’interessato può chiedere al motore di ricerca di cancellare dal web una data informazione che lo riguardi, affinché nessuno possa più ritrovarla. Il diritto del singolo prevale, in tale prospettiva, sia sull'interesse economico del gestore del motore di ricerca sia sull'interesse del pubblico ad accedere a tale informazione. Come anticipato il diritto all’oblio è stato positivizzato all’articolo 17 GDPR riconoscendo a ognuno il diritto di ottenere dal titolare del trattamento, e quindi anche dai motori di ricerca, la cancellazione dei dati personali che lo riguardino.

Correlativamente il titolare del trattamento ha l'obbligo di eliminare senza ingiustificato ritardo i dati personali laddove sussistano determinate condizioni, come ad esempio: che le informazioni non abbiano più rilevanza pubblica e che sia trascorso un periodo consistente dal momento della loro pubblicazione o divulgazione. Questo in quanto il notevole lasso di tempo e le mutate situazioni inerenti la persona possono aver reso inopportuna ed anacronistica una divulgazione, che in origine era lecita e posta in essere in adempimento dell’interesse alla pubblica informazione.

Il soggetto interessato ha quindi diritto ad un presente e ad un futuro libero dagli “errori” del passato, se queste informazioni non hanno più una reale attualità e rilevanza.

La cancellazione può essere chiesta inoltre quando:

1. i dati personali non siano più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

2. l'interessato revochi il consenso o si sia opposto al trattamento;

3. i dati personali siano stati trattati illecitamente.

Ovviamente l’osservanza del diritto alla deindicizzazione deve essere opportunamente bilanciato con altri diritti di rilevanza pubblica, come il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Deve poi essere limitato e quindi non concesso quando il trattamento e la diffusione avvengano per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità ovvero della ricerca scientifica o della conservazione della Storia o a fini statistici ovvero per l'accertamento, l'esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria.

Quindi, ricorrendone le circostanze, l’utente può imporre al motore di ricerca la rimozione dei risultati di ricerca e a chiunque sia titolare del trattamento dei dati la rimozione dei link relativi ad informazioni non più attuali sul proprio conto. Nell’ipotesi in cui l’istanza di deindicizzazione non sia accolta, l’interessato potrà ricorrere o all’Autorità Garante della protezione dei dati personali o all’Autorità Giudiziaria, al fine di avere non solo una corretta valutazione della propria richiesta ma anche  una effettiva tutela del proprio diritto.